Interviste


23.07.2021

Ceresio Estate: Musikreise mit Hesse 

Interview mit dem Solisten Tommaso Maria Maggiolini

von Lucienne Rosset

Am Donnerstag, 29. Juli um 20.30 Uhr, findet in der Sala Boccadoro beim Museum Hermann Hesse in Montagnola ein Konzert zu Ehren des deutschen Dichters statt, der 40 Jahre seines Lebens im Tessin verbracht hat und hier viele seiner bedeutendsten Werke schrieb. Das Programm wird vom TRIO TORRELLO dargeboten, das aus der Sängerin Valentina Londino, dem Flötisten Tommaso Maria Maggiolini und dem Pianisten Nicolas Mottini besteht.

Um 19.00 ist das Publikum ausserdem eingeladen, an einer Führung durch die gegenwärtige Ausstellung «Rilke, Hesse, Dürrenmatt – und der Wein» im Museum teilzunehmen.

Der Flötist des Ensembles beantwortete einige unserer Fragen.

Lieber Tommaso, wie seid ihr auf die Idee gekommen, als klassisches Trio einen Abend dem Dichter Hermann Hesse zu widmen.

«Wir lieben alle drei Hesses Schriften, dadurch ergab sich seit ein paar Jahren eine  Zusammenarbeit mit der Fondazione Hermann Hesse Montagnola und dem Hesse-Museum in Calw. Dabei entwickelten wir das Projekt allmählich».

Nun gibt es zwar zahlreiche Lieder auf Hesse-Texte für Stimme und Klavier, aber die Flöte spielt ja dabei nicht mit...

«Richtig, natürlich stehen die bekannten, sehr berührenden Lieder von Hesses intimen Musikerfreunden Volkmar Andreae, Othmar Schoeck und Fritz Brun im Zentrum, dazu die nicht weniger faszinierenden Lieder des deutschen Komponisten Justus Hermann Wetzel, alle in der ersten Hälfte des letzten Jahrhunderts entstanden. 

Aber wir haben ausserdem bei heute lebenden Autoren Werke für Trio bestellt, so beim italienischen Komponisten Alessandro Lucchetti, der dem Tessiner Publikum von Konzerten mit dem OSI und vom Progetto Martha Argerich bekannt ist, sowie bei der Schweizerin Barbara Rettagliati. Ausserdem hat der Tessiner Komponist Pietro Viviani das von Richard Strauss für Sopran und Orchester geschriebene Lied «September» für unsere Trio-Besetzung bearbeitet.

Zur Auflockerung werde ich mit Nicolas dazwischen das «Albumblatt» und die Sonate op.16 von Othmar Schoeck spielen, die zwar ursprünglich für Violine und Klavier konzipiert sind, sich mit ihrem melodiösen Reichtum aber bestens für die Interpretation auf der Flöte eignen.»

Kannst Du uns noch erzählen, wie es zur Gründung Eures Trios kam?

«Gerne – wir habe alle drei gleichzeitig am Conservatorio della Svizzera Italiana studiert, und aus der Freundschaft und dem gelegentlichen Zusammenspiel von jeweils zweien von uns ergab sich dann bald die Idee, auch Stücke zu dritt zu suchen und zu spielen. Zu unserer Überraschung fanden sich bald etliche Werke von bedeutenden Musikern wie Bach, Händel, Vivaldi, Donizetti, Saint-Saëns, Ravel, Caplet, Frank Martin, und auch viele Stücke, die sich bestens für Bearbeitungen eignen wie die von Gershwin oder Edith Piaf. Mit diesen ist auch unsere erste CD bei VDE Gallo (Lausanne) herausgekommen. Und da unser erstes offizielles Konzert in der Kirche von Torrello bei Carona stattfand, haben wir uns für den Namen Trio Torrello entschieden.»

20.07.2021

Un'identità musicale dinamica

Intervista a Marina Poma-Chiaese

di Alessandra Aitini

Domenica 25 luglio nella Sala Sergio Maspoli di Morcote si esibirà il “Clas-Jas Quartétt”,che già dal nome lascia intendere una commistione tra jazz e musica classica.
Marina Poma-Chiaese (flauti),Gianluca Quadarella(pianoforte), Domenico Ceresa (contrabbasso) e Marco Castiglioni (batteria) hanno infatti voluto rendere omaggio al pianista e compositore francese Claude Bolling, uno dei pionieri della third stream in Europa, scomparso a 90 anni alla fine del 2020. Il programma comprende diverse composizioni di Bolling (tra cui la deliziosa “Suite pour Flûte et Jazz Piano Trio”, scritta per Jean-Pierre Rampal nel 1973) ed è completato da brani di George Gershwin e Scott Joplin. Ci introduce al concerto, raccontandoci un po' di sé, la flautista Marina Poma-Chiaese.

Come si è formato il vostro ensemble e quali sono i suoi obiettivi?

L’ensemble riunisce, oltre alla sottoscritta, tre amici con i quali volevo condividere un momento musicale per festeggiare i miei 40 anni di attività. Ho iniziato a suonare il 7 ottobre del 1978 (momento in cui ho acquistato il mio primo flauto presso un noto venditore a Milano, con il guadagno di un lavoro estivo…). Nel momento esatto in cui ho iniziato a soffiare nello strumento, sapevo che ne avrei fatto il mio mestiere. È stato un momento magico…lo ricordo ancora con emozione. Nel 2018 e proprio nello stesso giorno di 40 anni prima, ho voluto marcare questo momento ed affrontare anche un repertorio diverso da quello da me normalmente praticato. Suonare con Gianluca, un pianista di tradizione classica e con Domenico, contrabbassista e Marco batterista che frequentano regolarmente il jazz, è stato un bel mix e un nuovo modo di lavorare. Era proprio questo che volevo, un nuovo approccio al modo di studiare e di trovarsi a fare prove. Di obiettivi veri e propri non ce ne sono…cerchiamo di proporre questo programma che riteniamo originale e se qualche compositore è solleticato dall’idea di scrivere qualcosa per questa strana formazione, noi ne saremmo felici!

Qual è il significato della musica di Claude Bolling nel repertorio di un flautista?

È molto interessante per un flautista d’impronta classica affrontare questo repertorio che va a braccetto con il jazz. È tutto scritto ma a volte sembra che ci sia improvvisazione. In realtà in qualche passaggio Bolling suggerisce d’improvvisare, di lasciare spazio alla propria creatività e per i “classici” questa diventa un’ardua sfida. Dobbiamo liberarci dagli schemi mentali e tecnici che da sempre studiamo a dosi massicce.

Come si colloca Claude Bolling, nella linea della storia della musica, rispetto a Gershwin e Joplin?

Direi che sono strettamente collegati su una linea temporale e stilistica. Dapprima Joplin che ha assorbito la tradizione della musica afroamericana, considerate le sue origini.  Il suo percorso è strano, talento naturale è stato inquadrato da un professore tedesco che l’ha impostato sulla tradizione classica. Da qui nascono composizioni che si muovono su un terreno prestabilito dalle regole dell’armonia tradizionale e dello stile classico, ma che si dibattono in un ritmo sincopato che viene dalle sue origini. Nascono i famosi Ragtime, musica effervescente di ritmo appunto sincopato. Gershwin, di qualche decennio più giovane e pure americano, ha evidentemente ascoltato e probabilmente pure suonato la musica di Joplin. In un certo senso ha un percorso simile, pianista talentuoso viene pure inquadrato nelle strutture rigide del repertorio classico. In quel periodo storico di “Fin de siècle” però c’è quella grande novità della musica impressionista francese che sta rompendo appunto le strutture armoniche e stilistiche proprie della musica fino ad allora scritta e che varca l’Atlantico seducendo tanti musicisti americani, tra cui Gershwin che l’assorbe e la trasforma in un suo linguaggio tutto personale. E poi il jazz che sempre più si diffonde e che pure non lascia indifferente questo grande compositore. La fusione del linguaggio classico influenzato dalla musica impressionista e quello jazz genererà la celebre Rapsodia in Blue per pianoforte e orchestra, oltre a caratterizzare tutta la sua produzione. E un pianista francese di nome Claude Bolling, come poteva non essere sedotto da brani di questo calibro? Il passo è breve, il percorso seguito è ancora una volta simile a quello dei suoi due predecessori: studi classici molto brillanti e poi via nel genere jazz. Discepolo di Duke Elligton, esplorerà i generi musicali che tanto vanno di moda negli States. Dalla creazione di una Big Band alla composizione di colonne sonore per film. La sua tecnica compositiva è eccelsa e i numerosi amici musicisti di grandissimo calibro che lo attorniano gli permetteranno di scrivere una grande quantità di musica cameristica dove può fondere il suo amore per il jazz e la tradizione classica. Ancora una volta, fortemente a braccetto!
Questo concerto per Ceresio Estate normalmente previsto nel 2020 voleva essere anche un omaggio ai suoi 90 anni. Purtroppo, se n’è andato lo scorso dicembre, ma l’omaggio naturalmente rimane!

Lei è attiva su più fronti, dalla musica antica alla contemporanea. Come si influenzano i vari stili nella sua attività e nella sua identità di musicista?

(…sospiro…) Ci sono voluti molti anni, probabilmente troppi, per rendermi conto che la Musica è una sola. Mi spiego: ogni repertorio e stile può essere approcciato con la stessa serietà e cura di un altro. Non esiste musica di serie A o B. Ho avuto inizialmente un imprintig molto forte e selettivo sulla musica del ‘900. Durante gli studi a Parigi ho iniziato ad ascoltare molti concerti di musica etnica che mi hanno aperto le orecchie (e la mente) su stili completamente fuori dagli schemi che conoscevo. Questo mi ha non poco destabilizzata… Ho poi avuto la possibilità di avvicinarmi alla musica antica semplicemente perché il conservatorio che frequentavo mi permetteva di farlo gratuitamente. Mi è stato imprestato un flauto…e via! Nuovo mondo, nuove diteggiature, nuovo modo di soffiare nel flauto e di affrontare uno spartito. Niente a che vedere con il flauto moderno. Mi sono resa conto della vastità musicale che mi circondava e della ricchezza timbrica inesplorata. All’epoca non c’erano Youtube e Google…le scoperte erano frutto d’investimento di tanto tempo, spostamenti per assistere ad innumerevoli concerti e acquisti di dischi. Ho anche esplorato la musica irlandese con i tipici flauti e da tanto tempo covo il desiderio di studiare lo Shakuhachi, flauto della tradizione giapponese. È un’idea fissa che vorrei realizzare in pensione, tra pochi anni.
Confrontarsi con tanti generi e stili diversi credo che permetta di affrontare brani suonati magari tante volte, con uno spirito e approccio sempre nuovi.
La mia identità di musicista? Direi costantemente in movimento…


05.07.2021

Archi da maestro per un "Hauskonzert"

Intervista al violoncellista Michael Gross

di Alessandra Aitini

Mercoledì 7 luglio alle ore 20.30 Ceresio Estate presenta, presso la Chiesa parrocchiale di Caslano, “Archi da Maestro”, concerto dedicato a capolavori per ensemble di archi di Richard Strauss, Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig Van Beethoven, che vedrà protagonista l’ensemble Parnassus Akademie di Stoccarda. Ci introduce al concerto il violoncellista Michael Groß, fondatore e colonna portante dell’ensemble.

Com’è nato questo ensemble e quali sono i vantaggi di avere un organico "a geometria variabile"?

La Parnassus Akademie è stata fondata da me nel 2006. Prima di questa data, con il Trio Parnassus ho suonato più di 200 diversi trii, tra i quali più di 100 sono stati registrati. La fondazione dell’Akademie è stata dettata da un mio desiderio di conoscere un repertorio che andasse oltre la letteratura per trio con pianoforte.
Con un gruppo misto o flessibile vi sono infinite possibilità di costruire programmi compositi. Ad esempio, due anni fa abbiamo registrato un doppio cd con opere di Bernhard Molique; nel primo CD vi sono opere per trio con pianoforte – dunque qualcosa di molto convenzionale. Nel secondo cd invece, oltre al quartetto con pianoforte, c’è anche un quintetto con un organico speciale: flauto, violino, due viole e violoncello. Questi sono gli organici che rendono interessante la Parnassus Akademie e con cui posso fare il giocoliere. E tutto ciò è fantastico!

I vostri programmi sono caratterizzati dall’accostamento di brani di repertorio e rarità. Con che criteri vengono allestiti ?

In linea di principio tutto funziona attraverso la ricerca. La maggior parte delle rarità che ho scoperto le ho trovate leggendo biografie o ascoltando programmi radiofonici su compositori poco noti. Ricevo inoltre suggerimenti da cui mi lascio guidare: ho ottimi contatti con musicologi che mi fanno sempre proposte interessanti. Per esempio, due anni fa ci ha contattati la Società “Christian Heinrich Rinck” con la richiesta di registrare i trii con pianoforte. Rinck, compositore nato nel 1770, come Beethoven, è stato per noi una grossa scoperta, così oltre al 250° anniversario di Beethoven ne abbiamo potuto celebrare un altro, andato altrimenti nel dimenticatoio. Il lavoro di ricerca mi riempie di gioia e mi stimola ogni giorno: ci sono tante cose belle e sconosciute ancora nascoste nelle biblioteche.

La Sinfonia “Pastorale” di Beethoven: qual è il significato, nel 2021, di eseguirla nell'arrangiamento per sestetto d'archi di Michael Gotthard Fischer ?

All'epoca di Beethoven, suonare i lavori sinfonici del momento con organici di musica da camera era una cosa assolutamente normale. Tutte le sinfonie di Beethoven esistono in versioni per le più varie formazioni. Lo stesso Ludwig a ha trascritto la sua seconda sinfonia per trio con pianoforte. La ragione è semplice: era la maniera più comune per far conoscere e apprezzare questi lavori in una cerchia intima, casalinga, ad esempio durante una soirée. Anche molte composizioni per ensemble di fiati hanno avuto origine in questo periodo. In tempi più recenti, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, Arnold Schönberg ha fondato un circolo per esecuzioni musicali private, al fine di eseguire grossi lavori orchestrali con organici cameristici. Lo scopo era di rendere possibile ad artisti e amatori dell’arte una vera e precisa conoscenza della musica moderna. Era un tempo lontano dalle nostre possibilità odierne, fatte di cd, mp3 e streaming; oggi purtroppo gli Hauskonzerte non hanno più una grande importanza. Eseguire la Sinfonia Pastorale in sestetto nel 2021 è dunque un modo di ricordare quelle benemerite iniziative.

24.06.2021

La tranquillità del suonare

Intervista a Valerio Lisci

di Alessandra Aitini

Sabato 3 luglio alle 19.00, nella Chiesa parrocchiale del magico borgo di Gandria, gioiello architettonico-paesaggistico affacciato sulle acque del Lago di Lugano, si esibirà per Ceresio Estate Valerio Lisci , giovane arpista italiano tra i più talentuosi della sua generazione. Proporrà un programma dal titolo “Maschere italiane”, con brani di Respighi, Rossini, Nino Rota, Caramiello, Mchedelov, Parish Alvars, Posse, nonché una propria composizione: “La Maschera”. È lo stesso Valerio ad introdurci al concerto, parlandoci a 360° del rapporto con il proprio strumento.

L’arpa è uno strumento che l’esecutore abbraccia. Richiede l’utilizzo e la coordinazione di mani e piedi per la produzione dei suoni. Come vivi questa “fisicità” nel rapporto con il tuo strumento?

È proprio così: suonare l’arpa esige molta coordinazione e coinvolge in un unico momento tutto il corpo. Questa è una caratteristica del mio strumento che ho sempre amato. Tutto ciò richiede una postura comoda ed una tranquillità quasi meditativa, così che un arpista possa a controllare ogni movimento “senza controllarlo”. I movimenti devono essere automatizzati e a tal fine è indispensabile una grande tranquillità fisica. Quando studio cerco di far sì che i brani “escano” da me in una situazione di totale agio e pace, così che quando poi mi trovo ad eseguire gli stessi brani davanti al pubblico questa serenità corporea veicoli la naturale tensione da performance in energia positiva. Trovo che la sfida con l’arpa sia questa e che solo il raggiungimento di tale tranquillità consenta di gestire contemporaneamente movimenti multipli e complessi.

“Maschere italiane”: un programma che ammicca, oltre che alla tradizione italiana, al travestimento, alla metamorfosi. Quali sono le metamorfosi dell’arpa nell’attraversare questo itinerario musicale che ci porta da Napoli a Venezia, passando per le sonorità di Nino Rota e il virtuosismo paganiniano?

In questo programma l’arpa si trasforma innanzitutto attraverso le diverse epoche storiche che abbraccia e attraversa. Si inizia con una Sonata di Scarlatti, che l’arpa prende in prestito dal repertorio clavicembalistico. In generale l’arpa è un po’ carente quanto a letteratura originale, dunque andiamo spesso a ripescare e “trasformare” brani composti in origine per altri strumenti. Nel programma troviamo tuttavia anche brani molto più arpistici, come il Carnevale di Venezia di Wilhelm Posse, il quale è stato un grandissimo compositore per il mio strumento: nelle sue composizioni l’arpa risplende, può dare il meglio di sé. La stessa cosa si può dire per il brano di Paganini, arrangiato da Mikhail Mchedelov in questa prospettiva di valorizzazione dell’arpa. C’è poi Nino Rota, che ad un certo punto della sua vita si è profondamente innamorato dell’arpa ed ha scritto, oltre al Concerto per arpa e orchestra, questa bellissima Sarabanda e toccata. Questo percorso ci porta quindi, partendo da un brano che l’arpa prende in prestito dall’epoca barocca, fino ad una dimensione neoclassica con Rota, che riserva una grande attenzione al timbro, quindi ad una sfera romantica in cui l’arpa sprigiona tutte le sue potenzialità ed infine ad una dimensione più personale attraverso il mio brano, che ricerca sonorità particolari.

La scrittura per arpa è forse una delle sfide più difficili per un compositore. Cosa ti ha indotto a scrivere per il tuo strumento e quali sono i tuoi progetti nell’ambito della composizione per arpa?

Penso che, proprio per l’enorme difficoltà che la scrittura per arpa implica, nel corso della storia molti compositori che hanno scritto cose bellissime per pianoforte o altri strumenti abbiano scritto poco o nulla per il mio strumento. Probabilmente si sono trovati intrappolati nell’apparente non logicità dell’arpa. È molto più immediato capire il funzionamento di un pianoforte. Questo ha fatto sì che ci ritroviamo un repertorio piuttosto contenuto ed il mio sogno è proprio quello di allargarlo. Cerco quindi di dare il mio piccolo contributo attraverso nuove composizioni o trascrizioni mirate. Ad esempio, sto finendo di adattare, per violino e arpa, la Sonata di Debussy e la Tzigane di Ravel, originali per violino e pianoforte. Come nuovi progetti ho in cantiere invece una Fantasia su temi di Puccini.

Nella tua biografia spiccano le numerose vittorie di premi in importanti concorsi internazionali. Cosa hanno rappresentato questi concorsi nel tuo percorso di formazione e crescita?

Ho iniziato a fare concorsi fin da piccolo: per me hanno sempre rappresentato un obiettivo per mantenere un ritmo di studio molto serrato ed intenso. Quando finivo con un concorso guardavo subito al successivo proprio per avere una motivazione molto forte, sapendo che entro una determinata data avrei dovuto essere pronto ad eseguire un determinato programma. Inoltre ho sempre trovato molto interessante, dopo i concorsi - anche quelli non vinti, ascoltare ciò che la giuria pensava della mia performance. I concorsi internazionali rappresentano quindi a mio avviso una bellissima opportunità per incontrare contemporaneamente grandi virtuosi dello strumento o più in generali grandi musicisti, davanti ai quali è richiesto di suonare al massimo delle proprie possibilità e da cui si possono ricevere consigli preziosi.


19.06.2021

Omaggio "celestiale"
a Luciano Sgrizzi

Intervista a Davide Macaluso

di Alessandra Aitini

Lunedì 21 giugno la Chiesa parrocchiale di Carabbia, ospiterà, alle ore 20.30, il secondo appuntamento di Ceresio Estate, dedicato alla celesta, strumento a tastiera il cui suono cristallino viene normalmente relegato a luccicante ciliegina sulla torta orchestrale, ma che in questo caso vestirà i panni del protagonista. Ci introduce al concerto Davide Macaluso, che accompagnato dal Quartetto Indaco ci trasporterà in un universo di suoni suggestivi e sorprendenti. 

Come ti sei avvicinato alla celesta ed alla figura di Luciano Sgrizzi?

È accaduto un po’ per caso. Qualche anno fa, in seguito ad una mia performance di musica contemporanea al Conservatorio della Svizzera italiana, sono stato avvicinato da Lucienne Rosset, la quale dopo aver letto al mio curriculum mi ha coinvolto in un progetto a detta sua “strano”, per cui mi trovava particolarmente adatto. Questo progetto nasceva attorno alla figura di Luciano Sgrizzi - pianista e clavicembalista attivo a partire dal 1947 presso la RSI - ed in particolare alla volontà di eseguire nuovamente il brano “La Pendule Harmonieuse” di Pick-Mangiagalli, forse l’unico brano originale per celesta solista, registrato dallo stesso Sgrizzi proprio per la RSI. Io sono sempre stato molto curioso nell’avvicinarmi alla musica, dunque mi sono subito lanciato in questa avventura, che mi ha portato nuovi stimoli. Nel 2019 abbiamo realizzato un primo concerto, incentrato sul brano di Pick-Mangiagalli; in previsione del concerto per Ceresio Estate abbiamo elaborato un evento-omaggio più approfondito, con la composizione di un brano dedicato a Sgrizzi che verrà eseguito in prima assoluta. 

Come è possibile “trasformare” la celesta in strumento solistico? 

Credo che il segreto stia nello sganciarsi dall’idea comune della celesta come strumento orchestrale e coloristico. Mi sono chiesto: cosa posso creare con questo suono? E il risultato è stato sorprendente. In orchestra la celesta spicca generalmente con sonorità acute e pungenti. Utilizzando invece la celesta anche nel registro grave si scopre un suono soffice e pieno, a tutti gli effetti solistico, che avvolge e si lascia avvolgere dal timbro degli archi. 

Come è nata la collaborazione con il Quartetto Indaco?

Un po’ per caso. Stavo cercando un quartetto d’archi e mi è stato consigliato, sia a livello musicale che umano, di rivolgermi a loro, che conoscevo naturalmente di fama. Alla mia proposta di collaborazione ho ricevuto immediatamente una risposta positiva. Il Quartetto Indaco è un quartetto aperto alla musica nuova, curioso, un po’ come me. Ritengo sia essenziale fare le cose con l’entusiasmo dei bambini: se così non fosse probabilmente non sarei mai arrivato né alla celesta né a questo progetto. 

Torniamo a Luciano Sgrizzi: cosa ti ha colpito di più della sua figura?

Prima di intraprendere questo progetto non conoscevo Luciano Sgrizzi ed in seguito me ne sono vergognato. È stata una personalità musicale molto interessante ed ha una discografia importante, specialmente dal punto di vista cembalistico. Più di tutto mi ha colpito il suo eclettismo: basti pensare che è stato “scoperto” mentre faceva il pianista di pianobar ed in seguito, mentre lavorava per la RSI, è stato uno dei primi a recuperare la musica di Monteverdi nella sua purezza. La figura di Luciano Sgrizzi è diventata per me un punto di riferimento, mi sento molto affine a lui.  


18.06.2021

Davide Macaluso stellt die Celesta vor

Interview mit dem Solisten Davide Macaluso

von Lucienne Rosset

Im zweiten Konzert von Ceresio Estate 2021, in der Kirche von Carabbia am Montag 21. Juni um 20.30, stellt der italienische Pianist, Organist und Komponist und – in diesem besonderen Fall – Celestaspieler Davide Macaluso, übrigens Absolvent des Conservatorio della Svizzera Italiana, ein besonderes Instrument vor: die Celesta. Er wird vom Quartetto Indaco aus Mailand begleitet, zur Zeit eines der spannendsten jungen Streichquartette in Europa.

Lieber Davide, wie kam es zur Idee, dieses so gut wie unbekannte Instrument zu präsentieren, das einem Klavier sehr ähnlich sieht, aber ganz wie  Engelsglöcklein klingt – und das in einem Kammerkonzert? Üblicherweise kommt es ja nur nur in Werken für grosses Orchester vor und ist dann weit hinten zwischen dem  Schlagzeug «versteckt»...

Tatsächlich gibt es kaum Kompositionen in kleiner Besetzung für Celesta. Eine davon ist «La Pendule harmonieuse» für Celesta und Streicherensemble von Riccardo Pick-Mangiagalli, dem Direktor des Mailänder Konservatoriums ab 1936. Es wurde von Luciano Sgrizzi, einer der bedeutendsten Persönlichkeiten im Tessiner Musik- und Kulturleben des letzten Jahrhunderts, öfters interpretiert und im Radio Svizzera Italiana eingespielt. Diese Aufnahme hat den Locarneser Konzertorganisatoren Riccardo Tiraboschi inspiriert, das Stück als Motto für sein jährliches Klavierfestival zu nehmen, und 2019 haben wir es, nebst einem Teil des diesjährigen Programms, im Elisarion aufgeführt.

Also gibt es dieses Jahr noch weitere Werke zu hören?

Richtig, denn wir haben das Programm nun als eine eigentliche Hommage an Sgrizzi konzipiert. Letztes Jahr hatte ich ja einige berühmte Themen, die man mit diesem Instrument kennt – etwa Mozarts Papageno-Arie, Tschaikowskys «Zuckerfee» oder Leoncavallos Notturno - für Celesta und  Streicher arrangiert bzw. variiert, und ausserdem Solowerke von Friedrich Gulda und mir gespielt. Auch vom Organisten Jean Guillou, einem meiner wichtigsten Mentoren, war ein Nocturne dabei. Für Ceresio Estate habe ich nun zusätzlich den «Quintettsatz in memoriam Luciano Sgrizzi» komponiert, der am kommenden Montag uraufgeführt wird. 

Wird das Quartetto Indaco auch solo auftreten?

Ja natürlich: es wird Ravels wunderbares Streichquartett interpretieren, das im Repertoire des Quartetts einen ganz besonderen Platz einnimmt und übrigens zu Sgrizzis Lieblingswerken gehörte.