Interviste

03.09.2021

Finale ritrovato con i Modulata Carmina

Intervista a Luigi Santos

 

di Alessandra Aitini

Sabato 4 settembre alle ore 20.30 Ceresio Estate cala il sipario sulla sua 45esima edizione con l’evento “O vos Omnes”: protagonista, l’ensemble vocale Modulata Carmina, coordinato da Luigi Santos. È lo stesso Santos ad introdurci all’evento, svelandoci alcuni interessanti particolari del “dietro le quinte” del lavoro corale.

Come è nato e come si è evoluto, nel corso degli anni e della sua storia, l’ensemble “Modulata Carmina”?
È nato – parliamo di circa 30 anni fa – come quartetto e con questa formazione per diversi anni ha tenuto diversi concerti, approfondito il proprio interesse nei confronti della musica antica e, tra le altre cose, partecipato alla Scuola di Musica Antica di Ginevra. Insomma, il percorso di Modulata Carmina ha avuto proprio una bella partenza! Il suo sviluppo è stato guidato principalmente da esigenze musicali che hanno richiesto man mano organici a 5 e 6 voci, poi sempre maggiori fino ad arrivare – cosa che abbiamo realizzato proprio per Ceresio Estate – ad eseguire brani a 24 voci!

È possibile individuare, nel programma che presenterete a Ceresio Estate, uno o più fil rouge?
Il leitmotiv di “O vos omnes” verte sul fatto che tutti i brani che compongono il programma hanno, come concetto di fondo, un’aspirazione all’amore inteso come sentimento spirituale, veicolo per il raggiungimento di vette altissime. E questa aspirazione coinvolge tutti quanti: da qui il titolo “O vos omnes”. Ritroviamo una tensione ad un amore altissimo sia nei “Madrigali spirituali” di Giovanni Pelio, sia nel “Magnificat” di Antonio Mortaro. Nei madrigali a voce sola la dimensione dell’amore è presente secondo una prospettiva più sensuale e terrena, mentre in altre composizioni l’amore ritorna come sentimento chiave verso il raggiungimento della pace interiore. Dunque il fil rouge principale del nostro programma, riassumendo, è la parola amore, declinata secondo significati di interiorità, spiritualità, elevazione. Sulla base di questo principio fondante abbiamo assemblato il programma cercando di mantenere al suo interno una varietà ed un’alternanza di stili che lo rendano sempre coinvolgente per l’ascoltatore.

Alcuni dei brani in programma verranno da voi cantati in prima esecuzione in tempi moderni: cosa si prova a riportare alla luce, alla conoscenza del pubblico ed al “cuore” delle persone gioielli musicali e culturali del passato?
Personalmente, essendo di mia competenza la ricerca e la trascrizione di molti brani che facciamo “riemergere” dall’oblio, provo sempre un’emozione speciale. Ma la partecipazione emotiva a questi momenti non è minore nei cantori. È come riscoprire una poesia dimenticata ingiustamente per anni in un cassetto: ridarle vita è qualcosa di magico. Non si tratta di una semplice operazione di “restauro”, come accade ad esempio per un monumento od un oggetto artistico: nella musica c’è un aspetto di vitalità legato al momento dell’esecuzione, che lo rende unico e per questo motivo di grande gioia ed emozione.

Mottetti, monodie gregoriane, madrigali, salmi, cantici: ci sono degli elementi di tecnica vocale specifici per ognuna di queste forme musicali, che anche un pubblico di non addetti ai lavori potrebbe riconoscere e apprezzare?
Sicuramente una differenza macroscopica, che anche un pubblico non “tecnico” può riconoscere, sta nel diverso modo di cantare in base all’organico: se ad esempio abbiamo un canto gregoriano o un madrigale a voce sola, il cantore sarà molto più libero nell’espressione e nella gestione del tempo musicale. Nei brani di insieme - come i mottetti o i madrigali a più voci - al cantore è richiesta maggiore sensibilità rispetto al “fare musica insieme” e dunque un maggiore rigore. Il canto a voce sola richiede una tecnica più raffinata e concede una più grande libertà, cosa che, per quanto riguarda i contenuti, va di pari passo con un più ampio margine nell’espressione del sentimento umano; nei brani a più voci prevale invece tendenzialmente l’aspetto della narrazione.

19.08.2021

"Invocazioni"
di Eva Wymola

Intervista a Eva Wymola

 

di Alessandra Aitini

Domenica 22 agosto alle ore 18.00, presso la Chiesa Evangelica Riformata di Lugano, Ceresio Estate presenta un concerto molto particolare: “Invocazioni / Beschwörungen”, che vedrà in scena un particolare e raffinatissimo trio, composto da voce, arpa ed organo, con la presenza del mezzosoprano Eva Wymola – apprezzatissima artista e docente di arte scenica al Conservatorio della Svizzera Italiana, dell’arpista Elisa Netzer e dell’organista Andrea Pedrazzini. È la stessa Eva Wymola ad introdurci al concerto.

Quali sono stati i passi che hanno condotto all’elaborazione del peculiare programma di “Invocazioni”, che spazia dal barocco al Novecento proponendo fra gli altri brani di rarissimo ascolto?
Il programma è stato concepito tenendo in grande considerazione il luogo che ospiterà il concerto: la Chiesa Evangelica Riformata di Lugano, con la sua storia, il suo carattere di spiritualità legato alla tradizione protestante e naturalmente il suo organo, che ha suggerito l’introduzione di brani di Johann Sebastian Bach, Henry Purcell e Georg Friedrich Händel. L’idea di inserire i Canti biblici di Antonìn Dvořàk è sorta spontaneamente sulla base di un episodio da me vissuto in passato, ai tempi in cui insegnavo presso la Hochschule für Musik und Theater di Monaco di Baviera. In occasione del concerto per l’inaugurazione del nuovo organo, il professore di questo strumento aveva fatto degli arrangiamenti degli stessi Canti biblici - pressoché sconosciuti nell’Europa centro-occidentale – per voce, arpa e organo. Questa formazione restituisce l’impressione sonora di trovarsi di fronte ad un’orchestra, ma con un colore completamente diverso. Sulla base di quell’esperienza ho pensato che proporre questi brani con questa formazione per Ceresio Estate, ed in particolare nella Chiesa Evangelica di Lugano, sarebbe stata una bellissima cosa.

Qual è il suo rapporto con la musica di Antonìn Dvořàk e più in generale con il repertorio della sua terra, la Repubblica Ceca?
La musica ceca è quella con cui sono nata e cresciuta. Mio padre era violinista e ricopriva il ruolo di spalla presso l’Orchestra del Teatro di Praga. Dunque io ero sempre in teatro, nel luogo dove si cantava, dove la musica vocale trova il suo spazio per eccellenza. Oltre a Dvořàk, naturalmente ho coltivato la musica di altri autori cechi come Leoš Janáček e Bohuslav Martinu. Quando a 22 anni sono entrata a far parte come solista del Teatro dell’Opera di Brno “Leoš Janáček”, ho avuto l’opportunità di eseguire in prima mondiale postuma l’opera di Martinu “Tre desideri”, composta nel 1925, impersonando uno dei ruoli principali. Un’altra esperienza significativa è rappresentata dal Festival di Musica contemporanea di Brno, dove in diverse occasioni ho cantato brani scritti appositamente per me da compositori cechi.

Lei conosce con padronanza molte lingue europee. Che ruolo riveste la lingua – parlata e cantata – nel suo essere artista e, nello specifico, cantante?
L’epoca in cui sono cresciuta è stata caratterizzata dalla presenza del socialismo: questo ha fatto sì che io abbia imparato il russo, cosa per cui sono molto grata, perché ciò mi ha permesso non solo di parlare in russo, ma anche di poter cantare in russo senza alcuna difficoltà. Canto ovviamente anche in tedesco, italiano, francese, ceco, inglese…e trovo che l’essere internazionali e lavorare con le lingue sia un aspetto molto bello del nostro mestiere. Conoscere una lingua straniera significa aprirsi ad una mentalità, andare incontro alle persone che hanno quell’idioma come propria lingua madre. Lo studio del Lied è un vero e proprio viaggio alla scoperta di una mentalità.

La sua attività, sia artistica che didattica, si realizza in parte attraverso la collaborazione con giovani artisti o musicisti in corso di formazione. Cosa significa per lei questa dimensione del suo lavoro?
Il lavoro con i giovani significa tantissimo per me. Con loro ho sempre modo di instaurare un bellissimo rapporto e ad ottobre, quando si avvicina il nuovo inizio di un anno accademico, sono sempre impaziente di ricominciare con una nuova sessione de “L’arte di presentarsi”, il mio seminario presso il Conservatorio della Svizzera italiana. Insegnare a vivere il palcoscenico porta a compiere scoperte individuali ed artistiche sorprendenti. Al termine di ogni sessione del seminario proponiamo uno spettacolo aperto al pubblico, che confido sia di spunto e stimolo per altri giovani musicisti o anche per i più piccoli spettatori che vengono ad assistere. Tengo a sottolineare che oltre ad avere piacere a lavorare con giovani talenti che spesso ritrovo in seguito instradati lungo una brillante carriera, sono felice di poter lavorare con persone di tutte le età: la cultura vive sia sul palcoscenico, sia in gran parte nei singoli individui, all’interno delle famiglie e nelle scuole. Lavoro ad esempio con molti insegnanti che vogliono approfondire il rapporto con la propria voce. E ogni volta sono felice se posso lasciare loro qualcosa.

12.08.2021

Un fortepiano da New Orleans 

Intervista a Bobby Mitchell

di Alessandra Aitini

Lunedì 16 agosto alle ore 20.30 la Chiesa parrocchiale di Gentilino farà da palcoscenico ad un nuovo concerto di Ceresio Estate 2021: protagonista, Bobby Mitchell, brillante solista nativo di New Orleans capace di spaziare dalla musica contemporanea all’improvvisazione, al grande repertorio pianistico, spesso eseguito su strumenti d’epoca. Co-protagonista, proprio uno strumento d’epoca di non comune ascolto: il fortepiano. In programma, capolavori di Franz Joseph Haydn e Ludwig van Beethoven. È lo stesso Bobby Mitchell ad introdurci al concerto, raccontandosi in una piacevole chiacchierata.

Le tue origini americane si pongono in netto “contrasto” con il filone della musica classica che hai scelto di approfondire, radicato, con Haydn e Beethoven, nel cuore della vecchia Europa. Come vivi in te questo binomio?
Sono nato a New Orleans, quindi era chiaro fin dall’inizio che sarei diventato un musicista! Scherzi a parte, nel momento in cui, ormai teenager, mi sono appassionato alla musica classica, ho capito che il mio interesse si estendeva anche alla storia, alla cultura e persino alla geografia europea. In America molti di noi sono da un lato fissati con la cultura europea, mentre dall’altro lato ne abbiamo una visione differente sulla base di quel melting pot che è la società americana. Ho scelto di venire in Europa per studiare musica classica proprio per evitare di imparare la tradizione culturale dell’Europa “dalle lontane colonie”. Il periodo trascorso nel vecchio continente (ad oggi 15 anni) ha formato in maniera significativa il mio modo di fare musica. È come se avessi acquisito la tradizione classica europea da adulto, tuttavia in qualche modo voglio che il mio fare musica abbia quel certo non so che di New Orleans…!

Il programma che eseguirai a Ceresio Estate è più spesso oggetto di ascolto attraverso il pianoforte. Cosa dà in più o di diverso il fortepiano a queste opere?
Io amo il pianoforte moderno. È uno strumento robusto e decisamente resiliente. Ma la musica che suonerò a Ceresio Estate è stata concepita su uno strumento completamente differente. Un fortepiano viennese a 5 ottave ha molte meno corde, non ha alcuna parte in acciaio e porta l’ascoltatore in un proprio speciale mondo sonoro. Ascoltare Haydn e Beethoven su un fortepiano non è soltanto quello che facevano gli stessi Haydn e Beethoven: introduce l’ascoltatore moderno in un peculiare panorama sonoro dove il forte e il piano hanno significati differenti. Su un fortepiano il forte e il piano sono raggiunti attraverso la dinamica, ma anche attraverso il rubato e l’ornamentazione.

Ci sono a tuo avviso dei legami “nascosti” tra Haydn e Beethoven?
Questa è una domanda interessante. Haydn e Beethoven si sono sicuramente incontrati ed hanno lavorato insieme, ma Haydn era piuttosto anziano e probabilmente anche stanco in quel periodo. Mentre Beethoven era giovane – parliamo di una decina d’anni prima che lui scrivesse i suoi primi “lavori giovanili” di sostanza. In realtà vedo questi due compositori come due universi differenti. E sebbene io personalmente non abbia niente contro Beethoven, preferirei sicuramente prendere un drink con Haydn! La musica di Haydn mi parla come quella di pochi altri compositori: è costantemente arguta, mai noiosa e ti chiede di aggiungere qualcosa di tuo, di metterci un po’ di pepe, un tocco jazz. Beethoven è il compositore sempre attuale, le sue opere possiedono un’intrinseca importanza, come se lo stesso Beethoven avesse chiesto – a livello postumo - al pubblico futuro di considerarlo molto seriamente e di assicurare la sua reputazione quale pietra angolare della musica europea.

Il tuo concerto a Gentilino era già in programma per il 2020, poi è stato forzatamente rimandato causa Covid. Come è cambiato il tuo essere musicista nel corso della pandemia, con tutto ciò che essa ha determinato?
Il lockdown del 2020/21 è stato un periodo molto produttivo per me dal punto di vista creativo. Ho composto vari pezzi, lavorato duro perfezionando il mio pianismo relativamente alla musica di Schumann e fatto un certo numero di registrazioni video. Questo periodo mi ha dato l’opportunità di affinare alcuni aspetti del mio essere musicista e di sperimentare altri modi di fare musica cui sono meno avvezzo (per esempio, la composizione). Naturalmente ora sono molto contento di poter viaggiare e suonare di nuovo dal vivo. Quale sarebbe stato il significato di aver lavorato così duramente sulla musica, a casa, se non avessi ora la possibilità di esibirmi in pubblico? È anche molto più interessante dal punto di vista sociale e finanziario…!

05.08.2021

A partire dalla "Comedìa"

Intervista a Domenico Baronio - La Rossignol

di Alessandra Aitini

Sabato 7 agosto alle ore 20.30 a Morcote  Ceresio Estate presenta “L’amor che move il sole e l’altre stelle – Hommage an Dante Alighieri” spettacolo a cura dell’ensemble “La Rossignol”, che a settecento anni dalla morte del Sommo Poeta lo ricorda con musiche e danze medievali e rinascimentali. Ci introduce all'evento il liutista Domenico Baronio, direttore dell'ensemble.

Il vostro è uno spettacolo a tutto tondo, con musica, danza e poesia. Come avviene la costruzione di un evento di questo genere?
L'epoca in cui è vissuto Dante non prevedeva, come nel nostro tempo e a quanto ci è dato di sapere, delle separazioni nette tra le arti. Ci sono pervenute poesie, musiche, canti e danze, per cui ci è parso naturale costruire un evento che utilizzasse quanto utile per rendere omaggio al Sommo Poeta.


Il programma che eseguirete a Ceresio Estate si delinea secondo precisi versi della Divina Commedia. Ci può raccontare come si legano questi estratti ai brani musicali da voi scelti?
È  certo che Dante conoscesse perfettamente la musica e la danza del suo tempo, sia perché esse erano inserite nel percorso formativo del quadrivium, sia perché nella sua opera troviamo molti termini specifici e gli strumenti musicali sono richiamati con precisione e coerenza. La ricerca è partita proprio da qui, dal testo della “Comedìa”: riempirla di contenuti coerenti, potendo contare su una lunga esperienza nel campo della ricerca e della esecuzione di musica e danza antica, è stato relativamente facile.

L’organico de “La Rossignol” prevede tra gli altri, viella, cornamusa, ghironda e chitarra latina…nomi che ai non addetti lavori forse potrebbero suonare “strani”. Quale vita hanno, oggi, questi strumenti antichi?
Sono strumenti in uso nel tempo di Dante, alcuni anche citati nelle sue opere, forse fatta eccezione della ghironda, apparsa qualche tempo dopo in sostituzione della medioevale sinphonia. Oggi, fatti salvi alcuni “esperimenti” contemporanei, molti di essi, come la ghironda e la cornamusa, hanno trovato una collocazione importante nella tradizione orale, ma nel campo della musica colta essi vengono utilizzati soprattutto nel repertorio antico. 

Qual era il ruolo sociale del musicista al tempo di Dante e come si articolava la sua attività?
Dante, secondo il Boccaccio, "sommamente si dilettò in suoni e canti nella sua giovinezza, (…) ed assai cose compose le quali di piacevole e maestrevole nota facea rivestire". Purtroppo, dal suo tempo nessun documento musicale a Lui attribuito o da Lui commissionato ci è pervenuto; tuttavia, attorno a lui, nelle chiese e nelle dimore, risuonava un ampio e variopinto repertorio di canti e danze, prodotte anche da compositori che il Poeta conobbe e frequentò. Non abbiamo molte informazioni sul ruolo sociale del musicista, se non che, soprattutto tra i trovatori e i trovieri, appartenevano alla nobiltà e al clero. Il primo musicista ad essere retribuito per la sua opera, a quanto ci risulta, fu il fiorentino Francesco Landini, ma ciò accadde dopo la metà del XIV secolo, ovvero dopo la scomparsa di Dante.

 


02.08.2021

Le meraviglie del sassofono

Intervista con Alessia Berra - Elise Hall Saxophone Quartet

di Alessandra Aitini

La serie di eventi sotto le stelle di Ceresio Estate continua domani, martedì 3 agosto, al Parco Scherrer di Morcote, con il concerto dell'Elisa Hall Saxophone Quartet, ensemble italiano che ormai da una dozzina d'anno si dedica con passione alla diffusione del nuovo repertorio per sassofono e lavora in stratta collaborazione con compositori come Michael Nyman. Ci racconta di questa formazione, introducendoci al concerto, in qualità di portavoce del gruppo, la sassofonista Alessia Berra.
Il vostro ensemble è intitolato ad Elise Hall, pionieristica figura di sassofonista di fine ‘800/inizio ‘900. In che misura è di ispirazione la sua storia nella vostra attività e nel vostro essere musiciste?
Abbiamo voluto omaggiare l'importante figura di Elise Hall perché, oltre a essere una delle prime saxofoniste donne, la consideriamo un'artista chiave per la storia del nostro strumento. Nata a Parigi nel 1853, da una famiglia americana, Elise Hall inizia a suonare il saxofono in età adulta come terapia per contrastare la sua progressiva sordità causata da una febbre da tifo: da quel momento in poi, la musica diventa parte integrante della sua vita e la sua dedizione per lo strumento la porta a influenzare in modo significativo il panorama musicale dell'epoca. Grazie a lei, il repertorio solistico per saxofono classico, fino a quel momento non particolarmente ampio e variegato, si è arricchito di brani originali, da lei commissionati o a lei dedicati, scritti da illustri compositori francesi tra cui Claude Debussy, Florent Schmitt, Andrè Caplet. Con il nostro quartetto al femminile, in modo analogo, desideriamo dare seguito al lavoro di Elise Hall: dal 2006, infatti, la nostra formazione è animata dalla volontà di diffondere e arricchire le pagine musicali per quartetto di saxofoni, collaborando con compositori attivi nel panorama internazionale.

Il programma del concerto per Ceresio Estate prevede una serie di brani di musica classica reinterpretati da Salvatore Sciarrino – uno dei massimi compositori contemporanei – per quartetto di sassofoni. Qual è il risultato di questo incontro tra passato e presente?
Le Pagine di Sciarrino sono delle elaborazioni di brani del passato concepite per quartetto di saxofoni, una formazione che il compositore stesso definisce in questo modo: «incredibilmente omogenea fra tutte e duttile, nata oltre cent’anni fa, tuttavia di rado impiegata al di fuori del jazz e dunque ancora da esplorare». L'antologia di Sciarrino, nel riunire sapientemente composizioni di epoche lontane scritte da compositori di diversa estrazione (da Gesualdo da Venosa, passando per Bach e Mozart, fino ad arrivare a Gershwin e Porter, tra gli altri), va nella direzione di ampliare ulteriormente il repertorio da concerto per quartetto di sax. Attraverso l’arte della trascrizione e con una scrittura scevra da stereotipi, Sciarrino restituisce, rendendoli attuali, dei capolavori del passato alla contemporaneità, creando delle connessioni tra linguaggi e scritture apparentemente lontani. Per questo motivo, il passaggio tra le pagine musicali di Sciarrino e gli altri brani originali, scritti da compositori contemporanei, che proponiamo in concerto, risulta particolarmente fluido: sembra tutta musica di oggi, per il nostro strumento dalla voce così malleabile.

E come cambia il vostro stato d’animo nell’approcciarvi a repertori facenti capo a differenti stili ed epoche storiche?
La scelta di non concentrarci solo su un periodo storico o un genere specifico ci permette di dare spazio alla nostra curiosità e alla nostra voglia di sperimentare con il saxofono, uno degli strumenti a fiato più versatili. Affrontiamo sempre con grande entusiasmo lo studio di nuovi brani, purché siano in linea con il nostro progetto artistico, che predilige la scelta di musiche scritte da compositori viventi e interessati a esplorare contaminazioni tra linguaggi e influenze musicali di diverso tipo. Nel nostro ultimo disco "Crossfades", prodotto dall'etichetta Da Vinci Publishing, la nostra proposta artistica è molto chiara: sono infatti presenti brani nei quali confluiscono sonorità e linguaggi differenti che si fondono in un unico discorso, andando oltre le barriere di genere. Un magico caleidoscopio di frequenze del nostro tempo.

Come è nata la collaborazione con Michael Nyman?
Nyman ci contattò nel 2012, dopo essere stato piacevolmente colpito da una nostra interpretazione della sua più celebre composizione originale per quartetto di sax: il primo movimento della suite di brani Songs for Tony. Da quel momento, Nyman ci invitò a prendere parte a delle sue tournée in Italia, dedicandoci anche il brano inedito "Galton", presente nel nostro ultimo disco. Ricordiamo con particolare emozione il concerto condiviso con lui nel 2018 nell'ambito della Biennale di Venezia, durante il quale abbiamo suonato delle sue musiche, dirette da lui, nella suggestiva Cavea Arcari (Vicenza).


23.07.2021

Ceresio Estate: Musikreise mit Hesse 

Interview mit dem Solisten Tommaso Maria Maggiolini

von Lucienne Rosset

Am Donnerstag, 29. Juli um 20.30 Uhr, findet in der Sala Boccadoro beim Museum Hermann Hesse in Montagnola ein Konzert zu Ehren des deutschen Dichters statt, der 40 Jahre seines Lebens im Tessin verbracht hat und hier viele seiner bedeutendsten Werke schrieb. Das Programm wird vom TRIO TORRELLO dargeboten, das aus der Sängerin Valentina Londino, dem Flötisten Tommaso Maria Maggiolini und dem Pianisten Nicolas Mottini besteht.

Um 19.00 ist das Publikum ausserdem eingeladen, an einer Führung durch die gegenwärtige Ausstellung «Rilke, Hesse, Dürrenmatt – und der Wein» im Museum teilzunehmen.

Der Flötist des Ensembles beantwortete einige unserer Fragen.

Lieber Tommaso, wie seid ihr auf die Idee gekommen, als klassisches Trio einen Abend dem Dichter Hermann Hesse zu widmen.

«Wir lieben alle drei Hesses Schriften, dadurch ergab sich seit ein paar Jahren eine  Zusammenarbeit mit der Fondazione Hermann Hesse Montagnola und dem Hesse-Museum in Calw. Dabei entwickelten wir das Projekt allmählich».

Nun gibt es zwar zahlreiche Lieder auf Hesse-Texte für Stimme und Klavier, aber die Flöte spielt ja dabei nicht mit...

«Richtig, natürlich stehen die bekannten, sehr berührenden Lieder von Hesses intimen Musikerfreunden Volkmar Andreae, Othmar Schoeck und Fritz Brun im Zentrum, dazu die nicht weniger faszinierenden Lieder des deutschen Komponisten Justus Hermann Wetzel, alle in der ersten Hälfte des letzten Jahrhunderts entstanden. 

Aber wir haben ausserdem bei heute lebenden Autoren Werke für Trio bestellt, so beim italienischen Komponisten Alessandro Lucchetti, der dem Tessiner Publikum von Konzerten mit dem OSI und vom Progetto Martha Argerich bekannt ist, sowie bei der Schweizerin Barbara Rettagliati. Ausserdem hat der Tessiner Komponist Pietro Viviani das von Richard Strauss für Sopran und Orchester geschriebene Lied «September» für unsere Trio-Besetzung bearbeitet.

Zur Auflockerung werde ich mit Nicolas dazwischen das «Albumblatt» und die Sonate op.16 von Othmar Schoeck spielen, die zwar ursprünglich für Violine und Klavier konzipiert sind, sich mit ihrem melodiösen Reichtum aber bestens für die Interpretation auf der Flöte eignen.»

Kannst Du uns noch erzählen, wie es zur Gründung Eures Trios kam?

«Gerne – wir habe alle drei gleichzeitig am Conservatorio della Svizzera Italiana studiert, und aus der Freundschaft und dem gelegentlichen Zusammenspiel von jeweils zweien von uns ergab sich dann bald die Idee, auch Stücke zu dritt zu suchen und zu spielen. Zu unserer Überraschung fanden sich bald etliche Werke von bedeutenden Musikern wie Bach, Händel, Vivaldi, Donizetti, Saint-Saëns, Ravel, Caplet, Frank Martin, und auch viele Stücke, die sich bestens für Bearbeitungen eignen wie die von Gershwin oder Edith Piaf. Mit diesen ist auch unsere erste CD bei VDE Gallo (Lausanne) herausgekommen. Und da unser erstes offizielles Konzert in der Kirche von Torrello bei Carona stattfand, haben wir uns für den Namen Trio Torrello entschieden.»

20.07.2021

Un'identità musicale dinamica

Intervista a Marina Poma-Chiaese

di Alessandra Aitini

Domenica 25 luglio nella Sala Sergio Maspoli di Morcote si esibirà il “Clas-Jas Quartétt”,che già dal nome lascia intendere una commistione tra jazz e musica classica.
Marina Poma-Chiaese (flauti),Gianluca Quadarella(pianoforte), Domenico Ceresa (contrabbasso) e Marco Castiglioni (batteria) hanno infatti voluto rendere omaggio al pianista e compositore francese Claude Bolling, uno dei pionieri della third stream in Europa, scomparso a 90 anni alla fine del 2020. Il programma comprende diverse composizioni di Bolling (tra cui la deliziosa “Suite pour Flûte et Jazz Piano Trio”, scritta per Jean-Pierre Rampal nel 1973) ed è completato da brani di George Gershwin e Scott Joplin. Ci introduce al concerto, raccontandoci un po' di sé, la flautista Marina Poma-Chiaese.

Come si è formato il vostro ensemble e quali sono i suoi obiettivi?

L’ensemble riunisce, oltre alla sottoscritta, tre amici con i quali volevo condividere un momento musicale per festeggiare i miei 40 anni di attività. Ho iniziato a suonare il 7 ottobre del 1978 (momento in cui ho acquistato il mio primo flauto presso un noto venditore a Milano, con il guadagno di un lavoro estivo…). Nel momento esatto in cui ho iniziato a soffiare nello strumento, sapevo che ne avrei fatto il mio mestiere. È stato un momento magico…lo ricordo ancora con emozione. Nel 2018 e proprio nello stesso giorno di 40 anni prima, ho voluto marcare questo momento ed affrontare anche un repertorio diverso da quello da me normalmente praticato. Suonare con Gianluca, un pianista di tradizione classica e con Domenico, contrabbassista e Marco batterista che frequentano regolarmente il jazz, è stato un bel mix e un nuovo modo di lavorare. Era proprio questo che volevo, un nuovo approccio al modo di studiare e di trovarsi a fare prove. Di obiettivi veri e propri non ce ne sono…cerchiamo di proporre questo programma che riteniamo originale e se qualche compositore è solleticato dall’idea di scrivere qualcosa per questa strana formazione, noi ne saremmo felici!

Qual è il significato della musica di Claude Bolling nel repertorio di un flautista?

È molto interessante per un flautista d’impronta classica affrontare questo repertorio che va a braccetto con il jazz. È tutto scritto ma a volte sembra che ci sia improvvisazione. In realtà in qualche passaggio Bolling suggerisce d’improvvisare, di lasciare spazio alla propria creatività e per i “classici” questa diventa un’ardua sfida. Dobbiamo liberarci dagli schemi mentali e tecnici che da sempre studiamo a dosi massicce.

Come si colloca Claude Bolling, nella linea della storia della musica, rispetto a Gershwin e Joplin?

Direi che sono strettamente collegati su una linea temporale e stilistica. Dapprima Joplin che ha assorbito la tradizione della musica afroamericana, considerate le sue origini.  Il suo percorso è strano, talento naturale è stato inquadrato da un professore tedesco che l’ha impostato sulla tradizione classica. Da qui nascono composizioni che si muovono su un terreno prestabilito dalle regole dell’armonia tradizionale e dello stile classico, ma che si dibattono in un ritmo sincopato che viene dalle sue origini. Nascono i famosi Ragtime, musica effervescente di ritmo appunto sincopato. Gershwin, di qualche decennio più giovane e pure americano, ha evidentemente ascoltato e probabilmente pure suonato la musica di Joplin. In un certo senso ha un percorso simile, pianista talentuoso viene pure inquadrato nelle strutture rigide del repertorio classico. In quel periodo storico di “Fin de siècle” però c’è quella grande novità della musica impressionista francese che sta rompendo appunto le strutture armoniche e stilistiche proprie della musica fino ad allora scritta e che varca l’Atlantico seducendo tanti musicisti americani, tra cui Gershwin che l’assorbe e la trasforma in un suo linguaggio tutto personale. E poi il jazz che sempre più si diffonde e che pure non lascia indifferente questo grande compositore. La fusione del linguaggio classico influenzato dalla musica impressionista e quello jazz genererà la celebre Rapsodia in Blue per pianoforte e orchestra, oltre a caratterizzare tutta la sua produzione. E un pianista francese di nome Claude Bolling, come poteva non essere sedotto da brani di questo calibro? Il passo è breve, il percorso seguito è ancora una volta simile a quello dei suoi due predecessori: studi classici molto brillanti e poi via nel genere jazz. Discepolo di Duke Elligton, esplorerà i generi musicali che tanto vanno di moda negli States. Dalla creazione di una Big Band alla composizione di colonne sonore per film. La sua tecnica compositiva è eccelsa e i numerosi amici musicisti di grandissimo calibro che lo attorniano gli permetteranno di scrivere una grande quantità di musica cameristica dove può fondere il suo amore per il jazz e la tradizione classica. Ancora una volta, fortemente a braccetto!
Questo concerto per Ceresio Estate normalmente previsto nel 2020 voleva essere anche un omaggio ai suoi 90 anni. Purtroppo, se n’è andato lo scorso dicembre, ma l’omaggio naturalmente rimane!

Lei è attiva su più fronti, dalla musica antica alla contemporanea. Come si influenzano i vari stili nella sua attività e nella sua identità di musicista?

(…sospiro…) Ci sono voluti molti anni, probabilmente troppi, per rendermi conto che la Musica è una sola. Mi spiego: ogni repertorio e stile può essere approcciato con la stessa serietà e cura di un altro. Non esiste musica di serie A o B. Ho avuto inizialmente un imprintig molto forte e selettivo sulla musica del ‘900. Durante gli studi a Parigi ho iniziato ad ascoltare molti concerti di musica etnica che mi hanno aperto le orecchie (e la mente) su stili completamente fuori dagli schemi che conoscevo. Questo mi ha non poco destabilizzata… Ho poi avuto la possibilità di avvicinarmi alla musica antica semplicemente perché il conservatorio che frequentavo mi permetteva di farlo gratuitamente. Mi è stato imprestato un flauto…e via! Nuovo mondo, nuove diteggiature, nuovo modo di soffiare nel flauto e di affrontare uno spartito. Niente a che vedere con il flauto moderno. Mi sono resa conto della vastità musicale che mi circondava e della ricchezza timbrica inesplorata. All’epoca non c’erano Youtube e Google…le scoperte erano frutto d’investimento di tanto tempo, spostamenti per assistere ad innumerevoli concerti e acquisti di dischi. Ho anche esplorato la musica irlandese con i tipici flauti e da tanto tempo covo il desiderio di studiare lo Shakuhachi, flauto della tradizione giapponese. È un’idea fissa che vorrei realizzare in pensione, tra pochi anni.
Confrontarsi con tanti generi e stili diversi credo che permetta di affrontare brani suonati magari tante volte, con uno spirito e approccio sempre nuovi.
La mia identità di musicista? Direi costantemente in movimento…


05.07.2021

Archi da maestro per un "Hauskonzert"

Intervista al violoncellista Michael Gross

di Alessandra Aitini

Mercoledì 7 luglio alle ore 20.30 Ceresio Estate presenta, presso la Chiesa parrocchiale di Caslano, “Archi da Maestro”, concerto dedicato a capolavori per ensemble di archi di Richard Strauss, Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig Van Beethoven, che vedrà protagonista l’ensemble Parnassus Akademie di Stoccarda. Ci introduce al concerto il violoncellista Michael Groß, fondatore e colonna portante dell’ensemble.

Com’è nato questo ensemble e quali sono i vantaggi di avere un organico "a geometria variabile"?

La Parnassus Akademie è stata fondata da me nel 2006. Prima di questa data, con il Trio Parnassus ho suonato più di 200 diversi trii, tra i quali più di 100 sono stati registrati. La fondazione dell’Akademie è stata dettata da un mio desiderio di conoscere un repertorio che andasse oltre la letteratura per trio con pianoforte.
Con un gruppo misto o flessibile vi sono infinite possibilità di costruire programmi compositi. Ad esempio, due anni fa abbiamo registrato un doppio cd con opere di Bernhard Molique; nel primo CD vi sono opere per trio con pianoforte – dunque qualcosa di molto convenzionale. Nel secondo cd invece, oltre al quartetto con pianoforte, c’è anche un quintetto con un organico speciale: flauto, violino, due viole e violoncello. Questi sono gli organici che rendono interessante la Parnassus Akademie e con cui posso fare il giocoliere. E tutto ciò è fantastico!

I vostri programmi sono caratterizzati dall’accostamento di brani di repertorio e rarità. Con che criteri vengono allestiti ?

In linea di principio tutto funziona attraverso la ricerca. La maggior parte delle rarità che ho scoperto le ho trovate leggendo biografie o ascoltando programmi radiofonici su compositori poco noti. Ricevo inoltre suggerimenti da cui mi lascio guidare: ho ottimi contatti con musicologi che mi fanno sempre proposte interessanti. Per esempio, due anni fa ci ha contattati la Società “Christian Heinrich Rinck” con la richiesta di registrare i trii con pianoforte. Rinck, compositore nato nel 1770, come Beethoven, è stato per noi una grossa scoperta, così oltre al 250° anniversario di Beethoven ne abbiamo potuto celebrare un altro, andato altrimenti nel dimenticatoio. Il lavoro di ricerca mi riempie di gioia e mi stimola ogni giorno: ci sono tante cose belle e sconosciute ancora nascoste nelle biblioteche.

La Sinfonia “Pastorale” di Beethoven: qual è il significato, nel 2021, di eseguirla nell'arrangiamento per sestetto d'archi di Michael Gotthard Fischer ?

All'epoca di Beethoven, suonare i lavori sinfonici del momento con organici di musica da camera era una cosa assolutamente normale. Tutte le sinfonie di Beethoven esistono in versioni per le più varie formazioni. Lo stesso Ludwig a ha trascritto la sua seconda sinfonia per trio con pianoforte. La ragione è semplice: era la maniera più comune per far conoscere e apprezzare questi lavori in una cerchia intima, casalinga, ad esempio durante una soirée. Anche molte composizioni per ensemble di fiati hanno avuto origine in questo periodo. In tempi più recenti, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, Arnold Schönberg ha fondato un circolo per esecuzioni musicali private, al fine di eseguire grossi lavori orchestrali con organici cameristici. Lo scopo era di rendere possibile ad artisti e amatori dell’arte una vera e precisa conoscenza della musica moderna. Era un tempo lontano dalle nostre possibilità odierne, fatte di cd, mp3 e streaming; oggi purtroppo gli Hauskonzerte non hanno più una grande importanza. Eseguire la Sinfonia Pastorale in sestetto nel 2021 è dunque un modo di ricordare quelle benemerite iniziative.

24.06.2021

La tranquillità del suonare

Intervista a Valerio Lisci

di Alessandra Aitini

Sabato 3 luglio alle 19.00, nella Chiesa parrocchiale del magico borgo di Gandria, gioiello architettonico-paesaggistico affacciato sulle acque del Lago di Lugano, si esibirà per Ceresio Estate Valerio Lisci , giovane arpista italiano tra i più talentuosi della sua generazione. Proporrà un programma dal titolo “Maschere italiane”, con brani di Respighi, Rossini, Nino Rota, Caramiello, Mchedelov, Parish Alvars, Posse, nonché una propria composizione: “La Maschera”. È lo stesso Valerio ad introdurci al concerto, parlandoci a 360° del rapporto con il proprio strumento.

L’arpa è uno strumento che l’esecutore abbraccia. Richiede l’utilizzo e la coordinazione di mani e piedi per la produzione dei suoni. Come vivi questa “fisicità” nel rapporto con il tuo strumento?

È proprio così: suonare l’arpa esige molta coordinazione e coinvolge in un unico momento tutto il corpo. Questa è una caratteristica del mio strumento che ho sempre amato. Tutto ciò richiede una postura comoda ed una tranquillità quasi meditativa, così che un arpista possa a controllare ogni movimento “senza controllarlo”. I movimenti devono essere automatizzati e a tal fine è indispensabile una grande tranquillità fisica. Quando studio cerco di far sì che i brani “escano” da me in una situazione di totale agio e pace, così che quando poi mi trovo ad eseguire gli stessi brani davanti al pubblico questa serenità corporea veicoli la naturale tensione da performance in energia positiva. Trovo che la sfida con l’arpa sia questa e che solo il raggiungimento di tale tranquillità consenta di gestire contemporaneamente movimenti multipli e complessi.

“Maschere italiane”: un programma che ammicca, oltre che alla tradizione italiana, al travestimento, alla metamorfosi. Quali sono le metamorfosi dell’arpa nell’attraversare questo itinerario musicale che ci porta da Napoli a Venezia, passando per le sonorità di Nino Rota e il virtuosismo paganiniano?

In questo programma l’arpa si trasforma innanzitutto attraverso le diverse epoche storiche che abbraccia e attraversa. Si inizia con una Sonata di Scarlatti, che l’arpa prende in prestito dal repertorio clavicembalistico. In generale l’arpa è un po’ carente quanto a letteratura originale, dunque andiamo spesso a ripescare e “trasformare” brani composti in origine per altri strumenti. Nel programma troviamo tuttavia anche brani molto più arpistici, come il Carnevale di Venezia di Wilhelm Posse, il quale è stato un grandissimo compositore per il mio strumento: nelle sue composizioni l’arpa risplende, può dare il meglio di sé. La stessa cosa si può dire per il brano di Paganini, arrangiato da Mikhail Mchedelov in questa prospettiva di valorizzazione dell’arpa. C’è poi Nino Rota, che ad un certo punto della sua vita si è profondamente innamorato dell’arpa ed ha scritto, oltre al Concerto per arpa e orchestra, questa bellissima Sarabanda e toccata. Questo percorso ci porta quindi, partendo da un brano che l’arpa prende in prestito dall’epoca barocca, fino ad una dimensione neoclassica con Rota, che riserva una grande attenzione al timbro, quindi ad una sfera romantica in cui l’arpa sprigiona tutte le sue potenzialità ed infine ad una dimensione più personale attraverso il mio brano, che ricerca sonorità particolari.

La scrittura per arpa è forse una delle sfide più difficili per un compositore. Cosa ti ha indotto a scrivere per il tuo strumento e quali sono i tuoi progetti nell’ambito della composizione per arpa?

Penso che, proprio per l’enorme difficoltà che la scrittura per arpa implica, nel corso della storia molti compositori che hanno scritto cose bellissime per pianoforte o altri strumenti abbiano scritto poco o nulla per il mio strumento. Probabilmente si sono trovati intrappolati nell’apparente non logicità dell’arpa. È molto più immediato capire il funzionamento di un pianoforte. Questo ha fatto sì che ci ritroviamo un repertorio piuttosto contenuto ed il mio sogno è proprio quello di allargarlo. Cerco quindi di dare il mio piccolo contributo attraverso nuove composizioni o trascrizioni mirate. Ad esempio, sto finendo di adattare, per violino e arpa, la Sonata di Debussy e la Tzigane di Ravel, originali per violino e pianoforte. Come nuovi progetti ho in cantiere invece una Fantasia su temi di Puccini.

Nella tua biografia spiccano le numerose vittorie di premi in importanti concorsi internazionali. Cosa hanno rappresentato questi concorsi nel tuo percorso di formazione e crescita?

Ho iniziato a fare concorsi fin da piccolo: per me hanno sempre rappresentato un obiettivo per mantenere un ritmo di studio molto serrato ed intenso. Quando finivo con un concorso guardavo subito al successivo proprio per avere una motivazione molto forte, sapendo che entro una determinata data avrei dovuto essere pronto ad eseguire un determinato programma. Inoltre ho sempre trovato molto interessante, dopo i concorsi - anche quelli non vinti, ascoltare ciò che la giuria pensava della mia performance. I concorsi internazionali rappresentano quindi a mio avviso una bellissima opportunità per incontrare contemporaneamente grandi virtuosi dello strumento o più in generali grandi musicisti, davanti ai quali è richiesto di suonare al massimo delle proprie possibilità e da cui si possono ricevere consigli preziosi.


19.06.2021

Omaggio "celestiale"
a Luciano Sgrizzi

Intervista a Davide Macaluso

di Alessandra Aitini

Lunedì 21 giugno la Chiesa parrocchiale di Carabbia, ospiterà, alle ore 20.30, il secondo appuntamento di Ceresio Estate, dedicato alla celesta, strumento a tastiera il cui suono cristallino viene normalmente relegato a luccicante ciliegina sulla torta orchestrale, ma che in questo caso vestirà i panni del protagonista. Ci introduce al concerto Davide Macaluso, che accompagnato dal Quartetto Indaco ci trasporterà in un universo di suoni suggestivi e sorprendenti. 

Come ti sei avvicinato alla celesta ed alla figura di Luciano Sgrizzi?

È accaduto un po’ per caso. Qualche anno fa, in seguito ad una mia performance di musica contemporanea al Conservatorio della Svizzera italiana, sono stato avvicinato da Lucienne Rosset, la quale dopo aver letto al mio curriculum mi ha coinvolto in un progetto a detta sua “strano”, per cui mi trovava particolarmente adatto. Questo progetto nasceva attorno alla figura di Luciano Sgrizzi - pianista e clavicembalista attivo a partire dal 1947 presso la RSI - ed in particolare alla volontà di eseguire nuovamente il brano “La Pendule Harmonieuse” di Pick-Mangiagalli, forse l’unico brano originale per celesta solista, registrato dallo stesso Sgrizzi proprio per la RSI. Io sono sempre stato molto curioso nell’avvicinarmi alla musica, dunque mi sono subito lanciato in questa avventura, che mi ha portato nuovi stimoli. Nel 2019 abbiamo realizzato un primo concerto, incentrato sul brano di Pick-Mangiagalli; in previsione del concerto per Ceresio Estate abbiamo elaborato un evento-omaggio più approfondito, con la composizione di un brano dedicato a Sgrizzi che verrà eseguito in prima assoluta. 

Come è possibile “trasformare” la celesta in strumento solistico? 

Credo che il segreto stia nello sganciarsi dall’idea comune della celesta come strumento orchestrale e coloristico. Mi sono chiesto: cosa posso creare con questo suono? E il risultato è stato sorprendente. In orchestra la celesta spicca generalmente con sonorità acute e pungenti. Utilizzando invece la celesta anche nel registro grave si scopre un suono soffice e pieno, a tutti gli effetti solistico, che avvolge e si lascia avvolgere dal timbro degli archi. 

Come è nata la collaborazione con il Quartetto Indaco?

Un po’ per caso. Stavo cercando un quartetto d’archi e mi è stato consigliato, sia a livello musicale che umano, di rivolgermi a loro, che conoscevo naturalmente di fama. Alla mia proposta di collaborazione ho ricevuto immediatamente una risposta positiva. Il Quartetto Indaco è un quartetto aperto alla musica nuova, curioso, un po’ come me. Ritengo sia essenziale fare le cose con l’entusiasmo dei bambini: se così non fosse probabilmente non sarei mai arrivato né alla celesta né a questo progetto. 

Torniamo a Luciano Sgrizzi: cosa ti ha colpito di più della sua figura?

Prima di intraprendere questo progetto non conoscevo Luciano Sgrizzi ed in seguito me ne sono vergognato. È stata una personalità musicale molto interessante ed ha una discografia importante, specialmente dal punto di vista cembalistico. Più di tutto mi ha colpito il suo eclettismo: basti pensare che è stato “scoperto” mentre faceva il pianista di pianobar ed in seguito, mentre lavorava per la RSI, è stato uno dei primi a recuperare la musica di Monteverdi nella sua purezza. La figura di Luciano Sgrizzi è diventata per me un punto di riferimento, mi sento molto affine a lui.  


18.06.2021

Davide Macaluso stellt die Celesta vor

Interview mit dem Solisten Davide Macaluso

von Lucienne Rosset

Im zweiten Konzert von Ceresio Estate 2021, in der Kirche von Carabbia am Montag 21. Juni um 20.30, stellt der italienische Pianist, Organist und Komponist und – in diesem besonderen Fall – Celestaspieler Davide Macaluso, übrigens Absolvent des Conservatorio della Svizzera Italiana, ein besonderes Instrument vor: die Celesta. Er wird vom Quartetto Indaco aus Mailand begleitet, zur Zeit eines der spannendsten jungen Streichquartette in Europa.

Lieber Davide, wie kam es zur Idee, dieses so gut wie unbekannte Instrument zu präsentieren, das einem Klavier sehr ähnlich sieht, aber ganz wie  Engelsglöcklein klingt – und das in einem Kammerkonzert? Üblicherweise kommt es ja nur nur in Werken für grosses Orchester vor und ist dann weit hinten zwischen dem  Schlagzeug «versteckt»...

Tatsächlich gibt es kaum Kompositionen in kleiner Besetzung für Celesta. Eine davon ist «La Pendule harmonieuse» für Celesta und Streicherensemble von Riccardo Pick-Mangiagalli, dem Direktor des Mailänder Konservatoriums ab 1936. Es wurde von Luciano Sgrizzi, einer der bedeutendsten Persönlichkeiten im Tessiner Musik- und Kulturleben des letzten Jahrhunderts, öfters interpretiert und im Radio Svizzera Italiana eingespielt. Diese Aufnahme hat den Locarneser Konzertorganisatoren Riccardo Tiraboschi inspiriert, das Stück als Motto für sein jährliches Klavierfestival zu nehmen, und 2019 haben wir es, nebst einem Teil des diesjährigen Programms, im Elisarion aufgeführt.

Also gibt es dieses Jahr noch weitere Werke zu hören?

Richtig, denn wir haben das Programm nun als eine eigentliche Hommage an Sgrizzi konzipiert. Letztes Jahr hatte ich ja einige berühmte Themen, die man mit diesem Instrument kennt – etwa Mozarts Papageno-Arie, Tschaikowskys «Zuckerfee» oder Leoncavallos Notturno - für Celesta und  Streicher arrangiert bzw. variiert, und ausserdem Solowerke von Friedrich Gulda und mir gespielt. Auch vom Organisten Jean Guillou, einem meiner wichtigsten Mentoren, war ein Nocturne dabei. Für Ceresio Estate habe ich nun zusätzlich den «Quintettsatz in memoriam Luciano Sgrizzi» komponiert, der am kommenden Montag uraufgeführt wird. 

Wird das Quartetto Indaco auch solo auftreten?

Ja natürlich: es wird Ravels wunderbares Streichquartett interpretieren, das im Repertoire des Quartetts einen ganz besonderen Platz einnimmt und übrigens zu Sgrizzis Lieblingswerken gehörte.